Patrimonio culturale: Gressoney-Saint-Jean

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Casa Capriata – Rifugio Mollino

Architettura  -  Gressoney-Saint-Jean

Nonostante il suo nome questo non è un rifugio alpino nonostante si trovi in montagna.

Inaugurata a dicembre 2014, Casa Capriata è una struttura originalissima, disposta su tre piani e sopraelevata da terra, una reinterpretazione in chiave moderna delle architetture Walser dell’alta valle di Gressoney, ideata dall’architetto torinese Carlo Mollino nel 1954, e portata a compimento a distanza di 60 anni grazie ad un gruppo di ricercatori del Politecnico di Torino.

Il progetto originario fu presentato dapprima nell’ambito del Concorso Vetroflex Domus (1951) e poi alla X^ Triennale di Milano (1954) come manifesto sull’innovazione tecnologica e la prefabbricazione edilizia; l’idea era quella di realizzare un edificio a basso consumo energetico, eliminando per esempio il fabbisogno di combustibile fossile, sperimentando materiali e tecniche costruttive innovative.

Nel 2006, un manipolo di ricercatori del Politecnico di Torino, dove Mollino si era laureato nel 1931, riprese il progetto consegnato alla storia da questo protagonista della cultura architettonica italiana con l’intento di evidenziarne il valore e l’attualità, analizzando diverse varianti della stessa idea progettuale e registrando la disponibilità di nuove soluzioni tecniche, alle quali la ricerca dell’architetto piemontese è sempre stata fortemente orientata.

Il Rifugio Mollino, come si è deciso di ribattezzare la Casa Capriata in onore del suo creatore, sorge a quota 2100 metri, nel comprensorio sciistico del Weissmatten, è raggiungibile a piedi, con gli sci o in seggiovia ed è attualmente adibito a bar/ristorante.

Questa architettura, immersa nella quiete del paesaggio alpino può essere ammirata secondo la visione ideale di Carlo Mollino che a proposito della sua produzione progettuale affermava: “Tengo per fermo che la migliore spiegazione della propria opera sia la silenziosa ostensione dell’opera medesima”.

Gli stadel, antiche costruzioni Walser

Architettura  -  Gressoney-Saint-Jean

La Valle del Lys, come altre valli alpine che circondano il Monte Rosa, è stata popolata, alla fine del Medio Evo, da genti di origine germanica, provenienti dall’Alto Vallese: i Walser. Questa popolazione, a partire dalla metà del XIII secolo, superò i valichi alpini come il colle Teodulo (3317 m.) e il Monte Moro (2984 m.) per creare delle piccole isole di insediamento stabile nelle testate delle valli che contornano da mezzogiorno a levante il massiccio del Monte Rosa. Molto legate alle proprie tradizioni e alla lingua “titsch”, le famiglie, specializzate nel commercio dei tessuti, sono emigrate in Europa per secoli, soprattutto nel Breisgau (zona di Friburgo) e nel nord della Svizzera, sempre conservando forti legami col paese natale: Gressoney.

Una traccia architettonica di tale diffusione è costituita dagli “stadel”, edifici rurali che poggiano su colonne a forma di fungo con il gambo in legno ed il cappello costituito da un grande disco di pietra (“musblatte” nel dialetto walser), che serviva ad isolare il fienile dall’umidità e dai roditori. Si tratta di grandi strutture di tronchi di larice squadrati e impilati, giuntati agli angoli con incastri a croce (mis-bois), edificate su una base in muratura che ospita la stalla, un tempo abitata in inverno, le cantine e soprattutto un corridoio con la scala che sale ai confortevoli alloggi e alle camere, completamente rivestite in legno. Gli stadel si posizionano sulle sponde del fiume Lys, al riparo dalle valanghe e formano piccoli villaggi d’origine familiare; le abitazioni fiancheggiano, qua e là, borghi di case o ville, costruite dai commercianti che hanno fatto fortuna nel XVIII e XIX secolo.

Numerosi sono i villaggi dove è possibile vedere tali antichi edifici:

Gressoney-La-Trinité:
- a sud del capoluogo di Gressoney-La-Trinité, un sentiero in dolce pendenza conduce, nel giro di un’ora, ai villaggi di Alpenzu. Collocati su una terrazza d’origine glaciale, sul grande sentiero Walser che porta in Val d’Ayas, oltre il Colle Pinter, i 2 borghi sono altrettanti esempi di architettura tradizionale ben conservata. Il percorso è panoramico: domina tutta la Valle del Lys e s’appoggia sul magico fondale dei ghiacciai del Rosa.

Gressoney-Saint-Jean:
- in località Noversch, diversi stadel, costruiti dalla famiglia Zumstein, sono strutturalmente esemplari;
- di particolare pregio sono anche gli stadel situati a Eckò, edificati nel XVII secolo dai Lischtgi;
- Greschmattò: vi si trova la più antica casa costruita nella zona pianeggiante di Gressoney-Saint-Jean, che porta la data del 1547, un tempo tribunale e prigione. Da notare “Groalémgsch hus” la casa del gabelliere (1626) e “Schribehus” la casa dello scrivano (1806)
- Tschalvrinò: vasta zona di boschi, baite, stadel e case di caccia dei baroni Beck Peccoz, raggiungibile con la nuova strada carrozzabile da Obre Biel. Al limite sud (a quota 1772) si trova uno dei più antichi villaggi walser. Proseguendo a piedi si incontrano ancora due stadel del 1547 e 1578 appoggiati sui caratteristici funghi.
- Loomattò: tipica frazione ai piedi del vallone di Loo con un gruppo di case del 1689, 1699, 1773
- Trebelsch Hus: nella zona di Tschòssil, un gruppo di tre case di cui una riporta sulla trave maestra la data del 1686. Vi si trova ancora il forno per il pane di singolare costruzione, addossato ad un masso che funge da sostegno
- Obre Chaschtal: antico nucleo composto da 7 fabbricati, tutti caratteristici, costruiti dal 1580 al 1710
- Perletoa: frazione un tempo autosufficiente, con antiche case datate 1663, 1692, 1697, 1702, 1707, 1714, 1729
- Drésal: gruppo di case in pietra e legno di cui la più antica porta la data del 1587 con attiguo piccolo fabbricato in pietra contenente il pozzo e il forno frazionale.

Nel territorio di Gaby ci sono ben 37 “granir”, meglio conosciuti come “stadel “. Anche nel territorio di Issime, nel vallone di San Grato, si possono ammirare numerosi stadel.

 

Villa Margherita

Architettura  -  Gressoney-Saint-Jean

L’edificio fu costruito nel 1888 su progetto di ingegneri tedeschi per conto della nobile famiglia Beck Peccoz, che dal 1889 al 1896 ospitò a più riprese numerosi membri della famiglia reale, tra cui la più affezionata a Gressoney fu certamente la regina d’Italia Margherita di Savoia.
Il comune di Gressoney-Saint-Jean acquistò il complesso nel 1968, adibendolo a sede del municipio.
Il complesso comprende più fabbricati: la villa destinata all’abitazione colpisce immediatamente il visitatore per la ricchezza di guglie, frontoni, balaustre e poderose balconate di granito grigio. All’ingresso del cortile vi è la casa dei custodi, adibita a caserma dei carabinieri e sul lato nord un fabbricato lungo e basso, che ospitava le scuderie con le relative carrozze. A ridosso della villa, sull’angolo a nord est c’è una cupola in pietra che fungeva da ghiacciaia. L’insieme è circondato da un parco di 19.000 metri quadrati, in gran parte costituito da un bosco di larici ed abeti.

Elementi interessanti:

  • i due portoni principali, costruiti in massiccio legno di rovere e con inferriate forgiate artisticamente
  • l’atrio, pavimentato a mosaico di tipo Palladiano, permette di ammirare gli scaloni centrali di legno con ringhiere in ferro battuto sormontate da soffitti ricchi di modanature in noce e rovere
  • il corridoio del primo piano, arredato perimetralmente con specchi, cassapanche ed armadi incassati, ha un soffitto decorato con delicati motivi floreali dipinti ad olio
  • i saloni del primo piano sono i più belli e meglio conservati della villa: lo studio a sud est in particolare ha conservato integralmente l’arredamento ed i rivestimenti originali, compreso il prezioso tappeto persiano, di venticinque metri quadri dalle delicate tinte rosa e fucsia
  • le preziose stufe bavaresi in ceramica smaltata, tutte diverse per forme e colori, presenti in ogni stanza; si dice che per alimentarle fosse necessario un inserviente con questo unico compito e che il consumo di legname fosse di un metro cubo al giorno.

Alcuni spazi sono visibili su richiesta durante l’orario di apertura degli uffici comunali.

"D'Socka" - pantofole tipiche

Artigianato  -  Gressoney-Saint-Jean

“D’Socka” sono pantofole in panno molto calde e confortevoli, che venivano pazientemente confezionate dalle donne nelle lunghe giornate d’inverno.
La cooperativa “D’Socka” si occupa di conservare e tramandare l’antica tradizione, producendo le calzature tipiche tuttora molto utilizzate dagli abitanti di questa vallata.

La cooperativa realizza anche articoli da regalo e manufatti in tessuto, oltre ai costumi tradizionali di Gressoney con la cuffia in oro e si occupa della vendita di prodotti marchiati Valgrisa.

Per conoscere gli orari di apertura si prega di rivolgersi ai recapiti indicati nella sezione “Contatti”.

Castello Savoia

Castelli e torri  -  Gressoney-Saint-Jean

Avviso: ascensore guasto

A Gressoney-Saint-Jean, nella Valle del Lys,  la fatata residenza estiva della Regina Margherita di Savoia con splendida vista sul Monte Rosa. 

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La storia

Realizzato per volere della Regina Margherita di Savoia, che soggiornava a Gressoney ospite dei baroni Beck Peccoz già dal 1889, il castello sorge ai piedi del Colle della Ranzola nella località denominata “Belvedere”, in ragione della splendida vista che da lì domina tutta la vallata fino al ghiacciaio del Lyskamm. La posa della prima pietra dell’edificio avvenne il 24 agosto 1899 alla presenza di re Umberto I il quale, assassinato a Monza un anno dopo, non avrebbe visto la conclusione dei lavori, protrattisi fino al 1904. La dimora ospitò la Regina durante i suoi soggiorni estivi fino al 1925, un anno prima della sua morte, che avvenne a Bordighera il 4 gennaio 1926. Dopo l’acquisto nel 1936 da parte dell’industriale milanese Moretti, il castello divenne proprietà della Regione Autonoma Valle d’Aosta nel 1981.

Costituito da un nucleo centrale di forma grosso modo rettangolare, cui si affiancano cinque torrette cuspidate, una diversa dall’altra, il castello fu progettato dall’architetto Emilio Stramucci (ideatore delle decorazioni neobarocche per il Palazzo Reale di Torino e il Quirinale di Roma) in stile medioevale, descritto come “stile lombardo del secolo XV”, assai in uso nella Francia e nella Savoia, regione d’origine dei sovrani regnanti.
L’esterno è rivestito in pietra da taglio grigia proveniente dalle cave di Chiappey a Gressoney, di Gaby e di Vert (Donnas).
Le pitture ornamentali furono realizzate dal giovane pittore e restauratore Carlo Cussetti, in seguito attivo nell’ala nuova del Palazzo Reale di Torino. I soffitti a cassettoni, le boiseries e gli arredi di ispirazione medievale sono invece opera dell’intagliatore torinese Michele Dellera, fornitore della Real Casa.
Il castello si articola su tre piani: il pianterreno con i locali da giorno, il piano nobile con gli appartamenti reali ed il secondo piano (non visitabile), riservato ai gentiluomini di corte; i sotterranei ospitano le cantine. Tutti autentici gli arredi esposti nel castello, così come le tappezzerie che ornano le pareti, in tessuto di lino e seta, decorate ad effetto chiné.

La visita

Pianterreno: gli ospiti accedono ad un vasto atrio a colonne. Si visita quindi la sala da pranzo, dalla ricca decorazione dipinta sulle pareti, sul camino e sul soffitto e rivestita da una boiserie con intagli a pergamena in stile neogotico. Il percorso si sviluppa poi attraverso la veranda semicircolare che si affaccia sulla valle e prosegue verso la sala da gioco, con il biliardo originale ed i salottini di soggiorno.
Piano nobile: un elegante e maestoso scalone in legno di rovere intagliato con grifoni ed aquile conduce agli appartamenti reali, preceduti da un atrio sul cui soffitto si legge l’iscrizione augurale “Hic manebimus optime”. Il percorso di visita raggiunge invece il primo piano attraverso la scala a chiocciola ricavata all’interno della torre di guardia. Nella stanza riservata al padre spirituale che seguiva i reali nelle villeggiature a Gressoney, sono esposte diverse fotografie che ritraggono la Regina ed il suo entourage durante i momenti di svago in montagna. Si procede in seguito con gli appartamenti destinati a Re Umberto I, in cui si ammirano altre curiose foto d’epoca. L’appartamento della Regina occupa la posizione più felice ed è riccamente arredato con mobili nello stile eclettico a lei caro, provenienti in parte dalla Villa Margherita, la dimora che accolse la Sovrana in paese negli anni precedenti la costruzione del Castello; accanto alla camera è possibile osservare la stanza da bagno, mentre sul lato opposto, nella torre settentrionale, si apre un grazioso boudoir, con finti drappi dipinti alle pareti che richiamano la decorazione della sala baronale del castello di Issogne, e finestre che permettono di contemplare il magnifico panorama sul Monte Rosa e sull’intera vallata. La stanza attigua a quella della Regina, infine, è dedicata al principe ereditario Umberto II.

Curiosità

  • La meridiana: realizzata in facciata nel 1922, reca le parole augurali già riportate su un orologio solare di Cogne del 1915: “ Sit patriae aurea quaevis” - “Ogni ora sia d’oro per la patria”. L’augurio, purtroppo, non sarebbe stato realizzato dagli avvenimenti drammatici avvenuti in Italia proprio in quell’anno
  • Le cucine: collocate in un fabbricato poco distante dal castello, sono collegate alla sala da pranzo da una Decauville sotterranea.
  • Il giardino botanico: inaugurato nel 1990 nel parco ai piedi del maniero, è costituito da aiuole rocciose con specie botaniche tipiche dell’ambiente alpino.
  • Altre dipendenze del castello sono la Villa Belvedere, in origine adibita a foresteria e gendarmeria reale, e la casetta nota come Romitaggio Carducci, dedicata al poeta che della Regina fu devoto ammiratore e cantore.

Cappelle

Chiese e santuari  -  Gressoney-Saint-Jean

Cappella di Gresmatten
Nella cappella di Greschmattò, dedicata a Maria Addolorata, e risalente al 1852, si celebra ancora oggi una santa messa il venerdì della seconda settimana di Passione, durante la quale si canta lo Stabat Mater in tedesco.
Questa cappella si distingue dalle altre numerose cappelle di Gressoney per il suo colore giallo ocra e per il nome della Santa affrescato sulla facciata con due piccoli putti.
La cappella non è visitabile ma è sulla strada che sale verso il Castel Savoia e quindi merita sicuramente di essere vista, almeno dall’esterno.

Cappella di Loo
La cappella di Loo, dedicata a San Lorenzo, si trova in un alpeggio di alta montagna a 2080 metri di altitudine, raggiungibile in due ore e trenta di cammino sul sentiero numero 12, che inizia in località Loomatten.
La bianca facciata è datata 1682. Ogni anno il 10 agosto, per la festa di San Lorenzo, viene celebrata la Santa Messa, tradizione molto sentita dalla comunità locale.

Cappella di San Giuseppe
La cappella di San Giuseppe, detta anche dell’Ermitage, si trova a pochi minuti a piedi dal comune di Gressoney-Saint-Jean. Dedicata a San Giuseppe, risale come la maggior parte delle cappelle gressonare al 1600, precisamente al 1633, e non è visitabileall’interno.

Cappella di Trinò
Questa cappella dedicata alla Madonna delle grazie e all’Addolorata fu edificata nel 1720.
Sulla facciata della cappella compare una croce lignea e una frase in latino con l’anno di costruzione e di restauro. La cappella si trova a pochi metri dalla strada regionale, in località Trinò. Non è aperta e non è visitabile.

Cappella di Eckò
Forse una tra le più belle cappelle di Gressoney, la cappella di Eckò dedicata a S. Giovanni Nepomuceno e alla Madonna Addolorata, è stata costruita nel 1657. Presenta sulla facciata meravigliosi affreschi del 1727.
Si può raggiungere in 20 minuti a piedi dalla frazione di Noversch, oppure percorrendo il sentiero n. 15 che collega Gressoney-Saint-Jean a Gressoney-La-Trinité.
La Cappella è di proprietà privata e non è visitabile.

Chiesa parrocchiale di San Giovanni Battista

Chiese e santuari  -  Gressoney-Saint-Jean

La parrocchia di Gressoney-Saint-Jean fu istituita nel 1660 da Papa Alessandro VI, che la divise da quella di Issime, da cui fino ad allora dipendeva. La chiesa è stata costruita nel 1515 sulle fondamenta di una cappella più antica, come risulta dall’iscrizione gotica sulla facciata: “Hoc opus fecerunt magistri Anthon Goyeti de Issima et Cristanus filius eius, anno Domini MDXV”. Nei primi decenni del 1700 l’edificio venne rialzato ed ampliato con l’aggiunta di due navate laterali asimmetriche (quella di sinistra è più corta per la presenza del campanile cinquecentesco).

Elementi interessanti:

  • il crocifisso in legno del XIII secolo
  • le oreficerie barocche tedesche e le altre opere del piccolo museo di arte sacra.
  • il campanile: è anteriore alla costruzione cinquecentesca della chiesa ed è stato rialzato nel ’700; i lati terminano con dei timpani triangolari che sorreggono una cuspide in rame, del 1903, a forma di piramide, sormontata da una croce;
  • la via crucis: ospitata nel porticato antistante la chiesa, risale al 1626, ma gli affreschi sono posteriori, opera del pittore gressonaro Joseph Anton Christopher Curta (1754-1794), autore anche del Crocefisso della chiesa parrocchiale di Verrès e della Madonna del Rosario che si trova ad Arvier. La bella croce in pietra che sta al centro è del 1735;
  • sulla facciata si trova un busto in bronzo raffigurante la Regina Margherita di Savoia, tanto amata dai Gressonari, solennemente inaugurato il 9 settembre 1928, alla presenza del Principe Umberto di Savoia.

Gruppo folkloristico di Gressoney

Gruppi folcloristici / bande / corali  -  Gressoney-Saint-Jean

Il Gruppo Folkloristico di Gressoney – Greschoney Trachtengruppe è stato fondato nel 1957, con la volontà di valorizzare il patrimonio di danze e canti popolari in tedesco e in Titsch, ed è attualmente costituito da un gruppo di bambine e bambini, uno di adulti e da alcuni musicisti. Si esibisce eseguendo coreografie particolari su danze della tradizione Walser ed ha ricevuto diversi premi e riconoscimenti.

Il gruppo folkloristico è noto sia in Italia, sia all’estero, per il suo antico e caratteristico costume, rinomato soprattutto per la preziosa cuffia femminile ricamata interamente in filigrana d’oro e, insieme al Centro Culturale Walser, è l'organo ufficiale del territorio che salvaguarda la tradizione di questi preziosi abiti da donna e da uomo – il costume maschile è stato creato proprio con la nascita del Gruppo.

Il gruppo partecipa a manifestazioni nazionali e internazionali, tra cui il Walsertreffen, il grande raduno Walser, ed è protagonista durante gli eventi estivi che si svolgono a Gressoney. Dagli anni Novanta il gruppo folkloristico organizza la Festa della Birra, in occasione dei festeggiamenti del Santo patrono di Gressoney-Saint-Jean: una festa che richiama le più belle tradizioni germaniche con la birra Kühbacher che viene ogni anno portata direttamente da Monaco di Baviera dal birrificio dei baroni Beck Peccoz, originari di Gressoney. Per l'organizzazione della manifestazione è coinvolto l'intero paese, ed è diventata una delle più rinomate feste della birra in Italia.

 

Museo regionale della fauna alpina "Beck-Peccoz"

Musei  -  Gressoney-Saint-Jean

Il Barone Luigi Beck-Peccoz, discendente di una nobile famiglia Walser, nel suo testamento datato Augsburg, 11 febbraio 1882, disponeva che la sua collezione di trofei fosse trasportata a Gressoney e sistemata in un edificio espressamente costruito, destinando a tale scopo un cospicuo capitale.
I fratelli Antonio e Carlo, suoi esecutori testamentari, agli inizi del 1900, fecero erigere il museo a Gressoney-Saint-Jean, in località Predeloasch, a pochi metri da Villa Margherita.
All’interno della palazzina, in sale decorate con affreschi in stile tedesco, fu riunita ed esposta da Egon Beck-Peccoz, figlio di Antonio, la rara e ricca collezione costituita da trofei di caccia, armi antiche, nonché da altri preziosi cimeli di famiglia quali ritratti, quadri, libri e pubblicazioni inerenti la fauna e la flora alpina.
L’edificio completo delle collezioni di trofei ed armi antiche fu acquistato dalla Regione Valle d’Aosta nel 1986.

Il piano terreno, originariamente destinato ad abitazione, è stato restaurato ed adibito a sede espositiva. L'allestimento, inserito in un ambiente architettonico mitteleuropeo, è stato realizzato secondo criteri espositivi atti ad illustrare i principali aspetti scientifici dei principali vertebrati di montagna.

La collezione dei trofei di caccia

Johann Christoph Beck (1749-1818), appartenendo ad una stirpe di appassionati cacciatori, era rimasto colpito dalla varietà di corna e di palchi che aveva potuto osservare durante i suoi viaggi al di là delle Alpi, dapprima durante l’esercizio dei suoi commerci e poi in qualità di responsabile di un settore di approvvigionamento dell’esercito di Napoleone. Così, ad ogni occasione, acquistava i trofei di caccia che a suo avviso presentavano caratteri particolari, subendo inconsciamente la tendenza illuministica del tempo di raccogliere e catalogare le anomalie della natura. A lui si deve il primo ed il più antico nucleo della raccolta.
Successivamente il figlio Joseph Anton (1808-1882) completava la collezione, stimolato anche dalla moda dell’epoca per cui le grandi famiglie bavaresi ornavano i loro palazzi di straordinari trofei di caccia, una specie di gara in cui lui fu il trionfatore; per questo motivo il Re Luigi I° di Baviera, nel conferirgli il titolo nobiliare, gli consentì di raffigurare nello stemma di famiglia un cervo, sostituito poi da uno stambecco dal re Carlo Alberto al momento del riconoscimento del titolo nel Regno del Piemonte.
La raccolta fu poi trasferita da Augsburg al paese di origine, Gressoney-Saint-Jean, e solo parzialmente esposta (per motivi di spazio) nella casa della piazza inferiore, denominata poi Umberto I.
I figli Luigi, Antonio e Carlo costruirono nel 1904 l’attuale palazzina.
La collezione di circa 2000 pezzi (corna e palchi montati su scudi) comprende camosci, stambecchi, cervi, caprioli e diversi trofei di fauna selvatica nostrana ed esotica. Di particolare interesse sono gli esemplari di capriolo siberiano (Capreolus pygargus) e di incrocio fra capra e stambecco.
La qualità dei trofei e gli interessanti esempi di malformazione ossea di varia natura, attribuiscono alla raccolta una rilevante importanza storica e scientifica.

La collezione delle armi

Al primo piano del museo vi è una piccola, ma molto interessante armeria. Nelle vetrine originali è esposta una collezione di armi lunghe, corte, da tiro e militari, comprendente 90 pezzi.
Particolarmente interessanti sono le armi lunghe da caccia ad avancarica e retrocarica. Si tratta perlopiù di armi combinate: palla e pallini, billing, drilling e canne sovrapposte.
I fucili da caccia esposti sono dotati di sofisticati meccanismi, hanno le canne in fine damasco ed i legni dei calci in radica di noce. Le bascule e le piastre sono finemente incise con soggetti venatori.
Questi fucili, giunti a noi in ottime condizioni, sono pezzi unici con i quali i Baroni Beck-Peccoz hanno esercitato le loro cacce nel periodo dall’inizio dell’Ottocento ai primi del Novecento.

Costume tipico di Gressoney

Tradizioni  -  Gressoney-Saint-Jean

Il costume tradizionale di Gressoney è tra i più belli della Valle d'Aosta.

Fotografie e testimonianze verbali raccolte tra le persone anziane, hanno permesso di appurare che il costume femminile gressonaro, oggi come allora fra i più ammirati per la sua eleganza e raffinatezza, era anticamente l’abito indossato quotidianamente per svolgere qualsiasi tipo di lavoro.

Rispetto a come lo conosciamo ora, in passato il vestito si presentava più corto e disadorno, con la gonna confezionata in pregiato panno locale (landtuech) di colore nero, blu o viola scuro e con tante pieghe (gére) dall’attaccatura più alta rispetto al modello attuale; sulla camicetta bianca, di canapa, le donne portavano un giacchino nero (wòlhemd) ed un foulard di seta a colori vivaci. Durante i lavori dei campi e della stalla, si usava l’accortezza di assicurare la gonna con un gesto preciso alla parte posteriore del vestito (ufschéerke): per celare la sottoveste, sopra la gonna si indossava un largo grembiule di cotone. È inoltre documentato che le donne indossavano un cappello a larghe tese, per proteggersi da sole ed intemperie, realizzato in feltro pesante e sostituito sovente da un fazzoletto legato dietro la nuca.

Con l’evolversi dei tempi e delle mode, il costume è diventato l’abito più bello, da indossare nelle ricorrenze particolari, durante le feste in famiglia o le solennità.
Rispetto al passato, il vestito è più lungo, impreziosito da ricami e galloni dorati, la camicetta è ornata di pizzi, il grembiule è nero, più stretto di quello antico, ed è arricchito da ricami e pizzi.
Un particolare grazioso è rappresentato dalla pettorina in velluto nero, ricamata con fili dorati o colorati e svariati disegni (spighe, edelweiss, fiori di campo o arabeschi), a differenza delle pettorine in uso all’inizio del secolo scorso, che recavano semplicemente stretti galloni applicati a zig-zag. Va notato che oltre al costume rosso scarlatto (ròtanketò), esiste il costume “da lutto” (trunanketò), color violetto, con gli ornamenti in argento anziché in oro.
A partire dal XIX° secolo, il prezioso copricapo del costume, la splendida cuffia, è sorretta da una raggiera più alta (chròn) ed intessuta in filigrana d’oro con pietre incastonate.

Le parole tra parentesi sono in lingua Walser.

La festa di San Nicola

Tradizioni  -  Gressoney-Saint-Jean

Uno dei momenti più propizi per cogliere l’animo dei Walser è la festa di “St. Kloas”, ispirata alla tradizione germanica, che cade il 6 dicembre. Questa usanza è ancora molto sentita dai bambini, che aspettano con trepidazione l’arrivo di San Nicola: alla sera della vigilia vanno di casa in casa a portare un bigliettino da loro disegnato con su scritto il proprio nome, chiedendo: “Passerà San Nicola”? Alla risposta: “Sì, certamente”, i bigliettini vengono ritirati dalla padrona di casa e messi sotto un piatto: durante la notte il Santo passerà e metterà i suoi doni! Nei tempi antichi San Nicola era molto povero, e portava in dono solo frutta, noci, nocciole, mandorle, qualche caramella, o a volte anche un bastone, per punire i bimbi un po’ disubbidienti! Tutto veniva mangiato, tranne le noci, che venivano conservate, perché si credevano benedette dal Santo, e quindi utili per proteggere da ogni pericolo chi le aveva in tasca!

Il titsch: il dialetto tedesco di Gressoney

Tradizioni  -  Gressoney-La-Trinité

Oltre ad uno stile di vita ed abitudini particolari, i Walser hanno importato la loro lingua, una variante dell’alemanno, il più arcaico fra i vari gruppi dialettali tedeschi. Il dialetto titsch viene tuttora parlato dall’intera popolazione e viene insegnato ai bambini nelle scuole; inoltre il Centro Culturale Walser organizza periodicamente dei corsi di titsch di vario livello, aperti a tutti.

Le tipiche tradizioni walser per il capodanno

Tradizioni  -  Gressoney-La-Trinité

Dopo il Natale fervono i preparativi per festeggiare l’arrivo del Capodanno (Nujoahr).
In ogni casa si preparano i “chiechene”, dolci tradizionali (vedere ricette), che si offrono a coloro che vengono ad augurare buon anno.
E’ tradizione che il 31 dicembre in chiesa, durante la funzione religiosa di fine anno, i fedeli cantino tutti assieme il “Nujoahrslied”, il canto augurale del buon anno.
Ma altre tradizioni, tipicamente walser, di buon augurio per l’anno nuovo, vengono tuttora mantenute:
durante la notte di San Silvestro gruppi di cantori, di ogni età, passano di casa in casa, presso amici e conoscenti, cantando il “Nujoahrslied”; invece il primo giorno dell’anno sono i bambini del paese che vanno ad augurare il buon anno ad amici e parenti, ricambiati da questi, come da usanza, con la strenna.